The Spiritual Sound
Quando il black metal smette di essere un recinto
Parto da una premessa necessaria, quasi una dichiarazione di resa preventiva: il black metal non è mai stato un genere che mi abbia davvero parlato. Troppo spesso ripiegato su codici autoreferenziali, tematiche stanche e una ripetizione formale che, col tempo, tende più a respingere che a coinvolgere. L’approccio a The Spiritual Sound è quindi tutt’altro che neutrale: ascolto diffidente e aspettative basse.
Durano pochissimo.
L’apertura affidata a My Garden chiarisce subito il campo: siamo in territorio black metal, senza ambiguità. Suono opprimente, voce scream, chitarre acide e una batteria che non concede tregua. Poi, dopo pochi minuti, succede qualcosa che spiazza: la distorsione si apre, entra una voce pulita, il brano si trasforma in una sorta di refrain folk/pop sospeso, mentre la batteria continua a martellare come se nulla fosse cambiato. È un cortocircuito riuscitissimo. E quando si ritorna al black metal più canonico, lo si fa con una nuova consapevolezza, aspettando la prossima sorpresa.
My Garden è un’apertura magnifica, e già da qui è chiaro che etichettare questo disco in modo sbrigativo sarebbe un errore. Piccoli inserti elettronici, dosati con intelligenza, ampliano ulteriormente lo spettro sonoro e spingono l’ascoltatore in territori quasi lovecraftiani — inquieti, spirituali, indefiniti.
Ma cosa stiamo ascoltando, esattamente!?
Una fucina di idee, non un genere
Il viaggio prosegue e Flea continua a colpire con chitarre acide ma mai fastidiose, fino a un’apertura splendida affidata al basso distorto e a una voce dreamy che sembra galleggiare sopra il caos. È qui che arriva la seconda, inevitabile riflessione: chiamare “black metal” un disco del genere è riduttivo. The Spiritual Sound è una fucina di idee, dissonanze, slanci melodici e follia controllata. Una delle cose più fresche apparse negli ultimi dieci anni in un ambito che troppo spesso vive di cliché e nostalgia.
Micah (5:15am) è semplicemente potentissima. Il riffing evolve dal brano precedente, alzando l’asticella melodica e piantandosi in testa con un giro memorabile. Qui lo screaming è perfettamente a fuoco: melodico, espressivo, esplosivo!
The Weight è black metal incessante, quasi punitivo, ma sul finale si apre in un intreccio di chitarre pulite e dissonanze di rara eleganza. Un brano che dimostra quanto la band sappia lavorare sulla tensione e sulla sua risoluzione.
Spiritualità, psichedelia, melodie inattese
La title track, The Spiritual Sound, insieme a Serenity, consolida l’identità del disco: una spiritualità laica, inquieta, che passa attraverso muri di suono e improvvise aperture luminose.
Dan’s Love Song è una ballad lisergica che guarda senza timori ai migliori My Bloody Valentine: stratificazioni eteree, melodie che si sciolgono, un momento di respiro che non spezza ma arricchisce il flusso dell’album.
Con Bodhidharma si torna a un impianto più classico, ma filtrato da un gusto chitarristico sorprendente: assoli dal mondo heavy/thrash (c'è addirittura un wah wah) che non indulgono mai nel virtuosismo sterile. Il lavoro sulle chitarre qui è particolarmente convincente e ispirato.
Hallelujah, collegata al brano precedente, si apre con una chitarra elettrica appena increspata di overdrive, volume basso, voce in primo piano. È un pezzo chitarra e voce nel senso più stretto del termine, con echi che richiamano i Young Jesus e un finale quasi math rock / indie che si inserisce perfettamente nel contesto dell’album.
Una chiusura che conferma tutto
Il finale è affidato a The Reply, che riprende la ritmica incessante di batteria che ha accompagnato gran parte di questo viaggio — bello, anzi bellissimo. Voci distorte, scream, clean, inserti folk: tutto torna, tutto si ricompone.
È un black metal fortemente chitarristico, in cui la batteria resta spesso “dietro”, non per mancanza di potenza ma per scelta estetica, incorniciando il suono in modo magistrale.
Considerazioni finali
The Spiritual Sound è un album davvero convincente. Una branca del black metal che non conoscevo, e che mi ha colpito e affondato. Produzione di altissimo livello, scrittura coraggiosa, tematiche finalmente interessanti che sdoganano i cliché più logori del genere di cui, diciamolo, non si sentiva affatto la mancanza. Belle le chiese bruciate e bello tutto, per carità, però finalmente qualcuno ha capito che il black metal può anche parlare di altro.
Un disco che non chiede di essere compreso a tutti i costi, ma che premia l’ascolto attento. E che, soprattutto, dimostra come anche i generi più codificati possano ancora sorprendere, se trattati con intelligenza e visione.