Swamped
Chitarre dritte, idee chiare
Dal primo brano si capisce subito dove siamo: chitarre nervose, basso in primo piano e linee vocali che guardano dritte alla scena post-punk inglese. In certi passaggi l’eco degli Shame si sente eccome, soprattutto in quell’urgenza trattenuta che vibra sotto le strofe senza mai esplodere davvero. Tensione controllata. E funziona.
L’inizio si prende il suo tempo. Quattro minuti pieni, senza ansia da playlist. Atmosfera costruita con calma, intenzioni chiarissime.
Basso prepotente. Chitarre che intrecciano trame fitte ma mai confuse.
Bei suoni. Anzi: bellissimi suoni.
Ferns with Benefits
Parte con un giro di chitarra che aggancia subito. La voce si fa più melodica, con un sapore alt-rock fine anni ’90 che non stona affatto. Il titolo sembra un gioco leggero, ma (forse) dentro c’è più sostanza di quanto appaia.
“Friends with benefits” è fondamentalmente una relazione senza profondità emotiva. Qui invece abbiamo “Ferns with benefits”: felci con benefici. Un’immagine quasi vegetale, fredda. Un rapporto che cresce, sì, ma senza slancio.
“I’ll let you grow up weary rather than remind yourself you’re stuck”
Crescere stanchi. Crescere senza accorgersi di essere fermi. Come una pianta che continua a spuntare nello stesso vaso.
Poi il colpo:
“While rotting to a lesser human”
La pianta cresce, l’uomo marcisce.
Fuori tutto procede, dentro ci si deteriora.
E quel finale —
“I’d change this for nothing at all”
Sa di accettazione tossica. So che sbaglio, so che ti deluderò, ma non cambierei nulla. Autoassoluzione? Rassegnazione? Identità? La risposta non c'è. Forse non c'era nemmeno la domanda ok, ma ormai me la sono fatta e la mia mente è partita per la tangente. Se era solo un gioco di parole, è venuto fin troppo bene.
Analysis Paralysis
Qui l’influenza dei Fontaines D.C. è evidente, inutile girarci attorno. Ma quando il pezzo gira così bene, il problema non si pone. È tirato, compatto, nervoso al punto giusto. Ha direzione, ha energia, ha un ritornello che resta.
Potrebbe essere il punto più alto del disco.
Dopo l’ottima partenza, il disco continua su coordinate solide ma con un impatto leggermente meno deciso. I brani centrali non sbagliano nulla: restano coerenti con l’estetica costruita nelle prime tracce, mantengono tensione e cura nei suoni, ma faticano a lasciare lo stesso segno.
C’è una parentesi più malinconica, quasi una ballad trattenuta, dove l’atmosfera prende il sopravvento sull’urgenza e l’ombra dei Fontaines D.C. si fa sentire soprattutto nel modo in cui la tensione viene controllata anziché esplodere. Funziona, ma resta in secondo piano rispetto ai momenti più ispirati.
Il finale gioca invece su suggestioni più dilatate: voce effettata, suoni che sembrano arrivare da lontano, un pianoforte leggermente distorto che sporca quanto basta. È una chiusura coerente, elegante, che non cerca il colpo di scena ma preferisce accompagnare l’ascoltatore fuori dal disco senza disturbare.
In sintesi
Qui si sente esperienza. Si sente mestiere. Non è un disco nato ieri in sala prove con due pedali e tanta posa. Ogni brano è costruito con attenzione, i suoni sono curati, la registrazione valorizza tutto senza impastare nulla.
Forse manca quel guizzo che li strappi definitivamente dai canoni ormai ben codificati del post-punk contemporaneo. Ma parliamo di un dettaglio, non di una mancanza strutturale.
Gli episodi migliori a mio avviso restano le prime tre tracce: Dust Bunnies, Ferns with Benefits e Analysis Paralysis sono centrate, ispirate e non stancano.
Non rivoluziona il genere, ma suona meglio di tanti che ci provano.
E su Pescinfaccia, questo significa una cosa sola: pochi pesci in faccia!