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Heilige Luna!

Queen Lizard · 08/04/2026
5.0 PESCI IN FACCIA!

Ci sono dischi che sembrano avere tutto: idee, atmosfere, buone linee vocali, una certa personalità. E poi c’è quel dettaglio che continua a sabotare tutto il resto. Nel caso di Heilige Luna dei Queen Lizard, quel dettaglio ha sei corde, un pedale wah wah e una voglia quasi eccessiva di mettersi in mostra. Il disco ha diversi momenti riusciti, ma soffre di una disomogeneità sonora e di alcune scelte chitarristiche che, più che valorizzare i brani, finiscono spesso per appesantirli.

La recensione

I primi pezzi fanno fatica a decollare, e il motivo principale è piuttosto chiaro: le chitarre.

Il suono è molto rock, fin troppo rock classico, con una distorsione costantemente in primo piano e una tendenza a cercare soluzioni tecniche più elaborate di quanto il mood generale richiederebbe. In diversi passaggi il risultato diventa quasi fastidioso.

E poi arriva lui: il wah wah.

Nel secondo brano compare e, sinceramente, si fatica a capirne la necessità. Sarà anche un mio limite personale, ma è uno di quegli effetti che qui sembra fare più danni che altro. Invece di aprire il pezzo, lo sporca inutilmente.

Se le chitarre a tratti tendono a occupare troppo spazio, il resto della band riesce invece a mantenere una buona coesione. La sezione ritmica sostiene con solidità l’intero impianto sonoro, e le voci restano tra gli elementi più riusciti dell’album.

Il vero centro emotivo dell’album è Within Our Garden. Qui finalmente tutto si allinea: atmosfera, melodie, intenzione. Il richiamo ai The Cranberries è evidente e funziona benissimo. I due timbri vocali si intrecciano con eleganza, e per una volta le chitarre smettono di voler strafare.

Se devo dare un consiglio ai Queen Lizard, è proprio questo: restare più spesso in questi territori.

Anche Butterflies’ Tracks è uno dei momenti migliori del lotto. Qui la componente shoegaze è finalmente a fuoco, con echi che possono ricordare i My Bloody Valentine ma anche i primi The Gathering. La voce di Claudia Pisani fa un ottimo lavoro: guida l’ascoltatore sopra le distorsioni invece di esserne travolta.

Purtroppo non tutto il disco mantiene questo livello.

Heart of Winter sembra arrivare da un altro album. L’influenza dei The Velvet Underground è molto marcata, ma il problema non è il riferimento in sé: è il suo posizionamento nel flusso del disco. Spezza completamente l’identità costruita fino a quel momento.

Non necessariamente un male — la disomogeneità può anche essere una cifra stilistica — ma qui il passaggio risulta più confuso che sorprendente.

Dopo il breve intermezzo strumentale che dà il titolo all’album si torna su territori più convincenti con In Peril, di nuovo vicini a certe atmosfere Cranberries. Eppure, ancora una volta, il brano viene penalizzato da un uso insistito del wah wah che personalmente continuo a trovare davvero nocivo.

Dodici tracce sono tante. E sia chiaro: il problema non è la durata in sé.

Chi scrive ama i dischi lunghi, ridondanti, persino eccessivi, purché abbiano una logica interna. Qui questa logica c’è, ma solo a tratti.

Quando si arriva a episodi come Syrup Tin, che sfiora i nove minuti, la domanda diventa inevitabile: era davvero necessario?

La risposta, almeno all’ascolto, sembra essere no.

 

In sintesi

Heilige Luna è un disco che alterna momenti davvero riusciti a scelte sonore discutibili.

I brani migliori — Within Our Garden e Butterflies’ Tracks su tutti — mostrano chiaramente il potenziale della band. Ma troppe volte le chitarre sembrano voler rubare la scena, finendo invece per compromettere atmosfera e coesione.

Ci sono idee. C’è personalità.
Ma c’è anche parecchio materiale da sfoltire.

Su Pescinfaccia la sentenza è questa:
più di un pesce in faccia, ma lanciato con dispiacere. 🐟

Heilige Luna!