SI! BOOM! VOILÀ!
Un disco nato per esistere, non per durare
La sensazione dominante, fin dal primo ascolto, è quella di un lavoro nato in fretta e con un obiettivo molto chiaro: esserci. Non tanto come risultato di un’urgenza espressiva o di un percorso condiviso, quanto come prodotto assemblato con pragmatismo quasi industriale. L’album suona più come un “mettiamo insieme questi pezzi, chiamiamo qualche nome che gira e portiamo a casa il risultato” che come l’esito di una vera sala prove, di attriti creativi, di idee maturate nel tempo.
Nella mia testa prende forma un dialogo immaginario, neanche troppo caricaturale, tra Lasala e Ragno Favero: pezzi pronti, qualche featuring strategico, una voce “riconoscibile” per intercettare un pubblico più giovane, e via. Registrazioni rapide, pochissimi giorni, tutto liscio. Ed è proprio questa rapidità a restare impressa: non come virtuosismo, ma come mancanza di sedimentazione.
Tra intuizioni riuscite e molta, troppa approssimazione
Il risultato finale è, nel complesso, deludente. Non disastroso, ma mediamente mediocre. Ci sono un paio di episodi che funzionano, qualche intuizione che lascia intravedere cosa avrebbe potuto essere il disco se ci fosse stato più lavoro e meno calcolo.
Pinocchio, il primo singolo, è l’esempio perfetto di questo paradosso: un brano che non vale granché, lo sappiamo tutti, ma che funziona. Entra in testa e ci resta. Un piccolo miracolo pop, probabilmente aiutato dall’effetto “primo singolo”, da una certa indulgenza affettiva verso Roberta Sammarelli e da quella dinamica tutta italiana per cui certe canzoni non si discutono, si subiscono. Eppure il ritornello gira, eccome se gira.
Santi Numeri parte benissimo, con un inizio che richiama certe compressioni chitarristiche e vocali alla Devin Townsend, ed è forse il momento più convincente del disco. Peccato che si perda quasi subito in una strofa che sembra uscita dallo starter kit dell’indie rock italiano: prevedibile, pigra, già sentita. Il ritornello però regge, ed è uno dei passaggi più riusciti dell’album.
Il problema (serio) della voce
Su NAIP si è letto di tutto, incluso un paragone francamente improponibile con Mike Patton. Qui serve fermarsi un attimo. L’ingresso vocale in Vivere così così (non si può) è uno di quei momenti che mettono alla prova la pazienza dell’ascoltatore più allenato. Non è questione di gusto: è proprio una scelta timbrica e interpretativa che risulta fastidiosa, fuori contesto, sopra le righe senza una reale necessità espressiva.
Altrove la situazione migliora, ma quando il riferimento diventa esplicito — come in Gogna ragazzo gogna, dove l’ombra di Capovilla è ingombrante e poco elegante — il risultato sfiora l’imbarazzo. Il giro di chitarra è ottimo, va detto, ma resta l’unica cosa davvero memorabile del pezzo.
Riempitivi, skip e qualche scivolone evitabile
Voilà è il classico brano riempitivo: chitarre vetrose, probabilmente interamente digitali, con quell’attacco iper-definito oggi tanto di moda nell’indie nostrano. Tutto corretto, tutto già sentito, zero personalità.
Lavori in corso e Mentre succhiamo non superano la prova dei primi secondi: il dito corre istintivamente al tasto skip. Nel secondo caso, anche il testo contribuisce alla resa.
Un pezzo degli Swans non ha nulla a che vedere con gli Swans, e riesce nell’impresa di non convincere nemmeno chi, degli Swans, non è mai stato particolarmente fan.
Quando il disco si ricorda di essere divertente
Le cose migliorano quando l’album smette di prendersi sul serio. Saldi di fine tutto è uno dei brani più riusciti: la voce di NAIP in versione “mercato rionale” funziona, il pezzo scorre, diverte, suona bene. Qui sì che c’è una direzione, un’idea chiara, un’identità.
Dio come ti odio è il classico episodio pensato per il live, quello che accompagna la fuga verso il bancone del bar. Non indispensabile, ma coerente.
Una chiusura che lascia l’amaro
Il disco si chiude con Da zero, e purtroppo il titolo diventa metafora involontaria. La voce di Roberta Sammarelli non regge il ruolo che le viene affidato, e qui emerge un problema più ampio e ricorrente: questa convinzione tutta contemporanea che chiunque debba cantare, sempre e comunque. Non è così. Non dovrebbe esserlo.
Considerazioni finali
Questo album è un’occasione sprecata. Non per mancanza di mezzi, ma per mancanza di tempo, di confronto, di reale necessità. Funziona a tratti, diverte quando smette di voler essere “importante”, ma resta il documento di un’operazione più furba che sentita. Un disco che esiste, passa, e difficilmente resterà. Proprio come certi saldi: convenienti sul momento, dimenticabili il giorno dopo.